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Trento : dietro le quinte


Il manuale di un disastro creativo

Altro che cavallo di Troia: qui non c’è stato bisogno di assalti epici, è bastata la “scusa dell’emergenza”. E con quella, il “partito degli affari” si è infilato comodo comodo, senza nemmeno dover scavalcare le mura. Risultato? La storia che noi, poveri “profeti del no”, avevamo raccontato dall’inizio si sta scrivendo pezzo dopo pezzo, in diretta sotto gli occhi di tutti.

Oggi sul quotidiano Il T, nell’articolo dal titolo “Le 8 sfide con Roma”, compare anche il bypass ferroviario di Trento. Un’opera che, visti i tempi e i colpi di scena, potremmo ormai ribattezzare bypass estroviario: perché di estro ce n’è a volontà – nei ritardi, nelle promesse mancate, nei miracoli annunciati.

Un progetto che doveva essere pianificazione rigorosa è diventato un esercizio di fantasia politica, con il risultato che la data di fine lavori si allontana come un miraggio nel deserto. Lo avevamo detto da subito, lo avevamo persino battezzato: il “cantiere infinito”. Non serviva la sfera di cristallo, bastava leggere i documenti. Eppure a noi il ruolo dei guastafeste, agli altri quello degli ottimisti professionisti.

Ora, con i ritardi già scolpiti nelle carte (fine lavori 2031, se va bene, invece che 2026), cosa potranno replicare i tifosi dell’opera? Che siamo ancora “quelli del no”? Che non vogliamo lo sviluppo? O che non capiamo la grande visione? Peccato che la grande visione, per ora, sia solo quella delle transenne e delle scadenze rinviate come l’orologio del Bianconiglio.

E non illudiamoci che la sceneggiatura cambi. La funivia Trento-Bondone, lo diciamo già oggi, seguirà lo stesso copione: annuncio roboante, emergenza di comodo, promessa di tempi rapidi… e alla fine un altro capitolo del manuale di un disastro creativo. Con noi cittadini a fare da pubblico pagante.

È un po’ triste, lo ammettiamo, ripetere “lo avevamo detto”. Non consola. Ma resta scritto: i comitati non erano veggenti, erano solo realisti.

E ora, di fronte a una crisi a tutto tondo – ambientale, economica e politica – c’è una sola domanda che dovrebbe risuonare nelle orecchie di chi governa e di chi subisce: quanti occhi devono ancora aprirsi ?

 
 
 

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